LASAGNE AL SUGO ROSSO

Non lo si poteva di certo definire un bell’uomo. D’interessante però, aveva quello sguardo d’acciaio che inchiodava chiunque gli stesse di fronte.

Il naso dritto e i capelli corvini sempre spettinati che incorniciavano il volto gli davano un’aria da “poeta maledetto” che a molte donne risultava irresistibile.

Ma non a Gilda.

Paffutella e sorridente, abitava sulla stesso pianerottolo di Marcel e in comune, oltre ai pochi metri che separavano i due usci, Cesare, un gattone tigrato, errabondo e un po’ selvatico. Di tanto in tanto grattava a turno le loro porte, giusto per rimediare una ciotola di latte o qualche leccornìa e, perché no, qualche grattatina.

A parte Cesare, Gilda non provava alcun interesse per quell’uomo allampanato e strano. Anzi, a dire il vero, per certi versi, a tratti la inquietava e la spaventava.

Non si era mai visto alcuno che uscisse in piena estate con un impermeabile nero e col bavero tirato su. Eppure Marcel lo faceva.

E poi quegli odori che serpeggiavano fuori dalla sua casa. Anzi, a dire il vero, erano più profumi, aromi speziati e irresistibili che catturavano ammaliando, come un incantesimo.

Perché a Marcel piaceva cucinare. Cucinava per ore, spiattellando, infornando, frullando, sperimentando. Pur essendo francese di origine, amava molto il gusto italiano e si cimentava con grande passione nel cucinare ogni tipo di pasta.

I primi piatti, per lui, più che una passione erano una vera ossessione.

E Gilda lo sapeva bene. Ragion per cui cercava di tenersi il più possibile alla larga da quello strano figuro che, una volta varcata la soglia di casa, si trasformava in un diavolo di cuoco e chissà cos’altro.

Erano da poco passate le otto e Gilda si alzò pigramente dal divano per prepararsi qualcosa di caldo da mangiare. Tre giorni a suon di panini erano davvero troppo e il suo stomaco gridava vendetta. Da quando Pier se n’era andato aveva perso ogni interesse all’arte culinaria, ragione in più per detestare Marcel, i suoi profumi e la sua maledetta passione.

Ad ogni buon conto era ora di darsi da fare e ogni scusa all’inerzia non era ormai sostenibile. Tanto,scottare una bistecchina striminzita e lavare un po’ d’insalata, avrebbe richiesto pochi minuti. E poi, chetato lo stomaco, sarebbe potuta tornare a vegetare sul divano.

Dall’altra parte del pianerottolo, invece, c’era un gran fermento. Sul tavolo, in bell’ordine, gli ingredienti del piatto che Marcel aveva in mente di preparare. Era davvero un bel vedere: tutto in fila, posizionato con una cura maniacale.

Marcel girò la manopola del forno per portarlo a temperatura. E, dopo aver creato una fontana perfetta di farina in centro tavola, aggiunte le uova, cominciò a lavorare la pasta. Teneva un ritmo cadenzato e ben bilanciato come pressione delle dita, una sorta di danza magica e ricca di significato.

Almeno per lui.

Impastare lo faceva sentire parte di un mondo superiore, dove tutto dipendeva dalla sua abilità. Chiudeva gli occhi ed impastava. Quasi in trance.

Gilda aveva ragione. Era davvero inquietante.

Marcel aveva deciso di cucinare le lasagne. E, a questo punto, ultimato l’impasto, iniziava quella fase di lavorazione che gli procurava un indicibile piacere: tirava la pasta accarezzandola con movimenti sensuali e vellutati, come fosse pulsante di una vita propria.

Una lasagna viva. Che idea assurda. Ma estremamente affascinante.

Talmente affascinante che Marcel non riuscì a concentrarsi se non su questa idea.

In fondo il rapporto con la sua lasagna era qualcosa di unico.

Qualcosa che trasmetteva energia vitale. Anche troppa.

A questo punto il ragù fumante non sarebbe stato abbastanza.

Un condimento privo di vita, ingrediente della sua lasagna? Cosa c’era di sublime in tutto ciò? Di vivo, pulsante, reale?

Nulla.

Il volto di Marcel si rabbuiò. Doveva trovare un’alternativa che rendesse giustizia alla sua opera, capace di far traboccare di vita il suo piatto.

Il grattare di Cesare alla porta interruppe i suoi pensieri. Aprì l’uscio con l’intenzione di liquidarlo con una coccola fugace e un piattino di latte.

Quando lo sguardo gli cadde sull’uscio di Gilda.

Non che lei avesse mai destato il suo interesse.

Provava anzi una certa avversione per quella donna scialba e pantofolaia.

E aveva il sospetto che neanche si preparasse da mangiare. La tipica delusa dalla vita che va avanti a patatine e coca cola.

Che orrore.

Improvvisamente si rese conto che una simile creatura abitava a tre metri da lui. Respirava la stessa aria e accarezzava lo stesso gatto!

Non era possibile. Doveva fare qualcosa. E subito.

Lentamente cominciò a farsi strada un pensiero insistente: doveva salvarla da quel degrado! E condividere con lei, così da risvegliarla alla vita vera, una dei suoi più riusciti primi piatti: le lasagne.

Il vaso coi lillà sulla tavola imbandita ammiccava dolcemente. Lo champagne faceva capolino dal ghiaccio, le posate brillavano in bella mostra ad incorniciare i piatti, di un tenue rosa impreziosito da un contorno in oro. I calici svettanti e il baluginìo del cristallo illuminavano la mise en place da favola. Marcel era perfetto: abito scuro, camicia bianca valorizzata da gemelli d’oro, papillon lilla in tinta, capelli abilmente tirati indietro, sapientemente impomatati di brillantina. E quegli occhi d’acciaio.

Pian pano affondò la forchetta nella soffice lasagna, che rilasciò un inconfondibile profumo e un rigagnolo di sugo rosso. Vermiglio, pulsante, vivo, color sangue.

Portò alla bocca il boccone, chiudendo gli occhi e assaporando con avidità e urgenza quell’esplosione di gusto che Gilda mai, quand’era in vita, aveva saputo trasmettere.

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